Vinci Palazzo Chigi, perdi via Solferino

E’ facile immaginare che ai piani alti del Corriere della Sera siano molto soddisfatti. L’operazione politica che il quotidiano e i suoi azionisti hanno promosso, con la costituzione di un governo tecnico espressione soprattutto dell’establishment milanese, è stata condotta in porto con insperato successo. Quel sistema di potere – termine che non implica alcuna riserva moralistica – sembra in questo modo consolidato e rafforzato, mentre le difficoltà di pochi mesi fa sembrano ormai un ricordo lontano.
17 AGO 20
Immagine di Vinci Palazzo Chigi, perdi via Solferino
E’ facile immaginare che ai piani alti del Corriere della Sera siano molto soddisfatti. L’operazione politica che il quotidiano e i suoi azionisti hanno promosso, con la costituzione di un governo tecnico espressione soprattutto dell’establishment milanese, è stata condotta in porto con insperato successo. Quel sistema di potere – termine che non implica alcuna riserva moralistica – sembra in questo modo consolidato e rafforzato, mentre le difficoltà di pochi mesi fa sembrano ormai un ricordo lontano. Il sapore lieto del brindisi, però, rischia di essere un po’ amareggiato dalla situazione interna del giornale. La decisione di abbandonare gran parte degli stabili occupati nel centro di Milano, attorno alla storica via Solferino, per trasferire le attività nei nuovi stabili del Gruppo a Crescenzago, in modo da realizzare un utile immobiliare, ha suscitato le ire del comitato di redazione, che ha lanciato un appello ai lettori perché si uniscano alla protesta per “salvare” il giornale.

Al di là delle esasperazioni polemiche, con il comitato di redazione lanciato contro gli amministratori definiti una “casta di intoccabili”, colpisce il divario tra la potenza politica e la fragilità finanziaria e gestionale di uno dei più importanti gruppi editoriali del paese. E’ una particolarità italiana, che non riguarda solo il Corriere della Sera, la preponderanza di interessi finanziari e industriali nell’editoria e soprattutto nella grande stampa di informazione. Questa situazione anomala può indurre a far prevalere interessi di potere (ovviamente legittimi) degli azionisti sull’attenzione alla qualità del prodotto informativo. Si può dubitare che aumentare la distanza tra le scrivanie dei giornalisti e le attività “tipografiche” abbatta automaticamente il livello e la qualità della produzione editoriale e giornalistica. E’ invece difficile sottrarsi al sospetto che il core business dell’impresa editoriale di via Solferino si sposti sempre di più su altri orizzonti, con effetti potenzialmente discutibili sul prodotto giornalistico.